Dalla lettera di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Stefano Rodotà e Umberto Veronesi al neo segretario del Pd Dario Franceschini
«Abbiamo letto che il suo partito sarebbe comunque orientato a dare ai suoi parlamentari “libertà di coscienza” al momento del voto (sulla legge “fine-vita” – ndr) . Ci sembra che tale atteggiamento sia frutto di un fraintendimento molto grave. Se venisse presentato un disegno di legge che stabilisce la religione cattolica come religione di Stato, proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli, sarebbe pensabile - per un partito politico che prenda sul serio la Costituzione - lasciare i propri parlamentari liberi di “votare secondo coscienza”, a favore, contro, astenendosi? O non sarebbe un elementare dovere, vincolante, opporsi a una legge tanto liberticida?»
Per questa sacrosanta verità cinque pezzi per salutare la deriva di un partito oramai alla frutta
Francesco De Gregori – Viva l’Italia – da Viva l’Italia
Francesco De Gregori – Le storie di ieri – da Rimmel
Ivano Fossati – La canzone popolare – da Lindbergh
Daniele Sepe - MCMXCIV perché i vivi non ricordano – da Viaggi fuori dai pareaggi
Rino Gaetano – Capofortuna – da Nun te reggae più
Sono oltre due secoli (wikipedia docet) che la Parmigiana di melanzane viene prodotta nelle case degli italiani, almeno in quelle meridionali. La ricetta è semplice: tagliare le melanzane a rondelle cospargerle con un pizzico di sale e lasciarle spurgare per un’ora. Asciugarle bene, infarinarle, e friggerle in abbondante olio caldo. Sgocciolarle bene con carta da cucina. Intanto preparare una salsa con l’olio d’oliva, la cipolla, il pomodoro, e il basilico. In una teglia adagiate strati di melanzane, sugo, parmigiano e mozzarella. Infornare a 180°C per 30 minuti circa. Servire tiepida. Sono due secoli, dicevamo, che si prepara la parmigiana – cucinare la verdura a strati alla maniera degli abitanti di Parma – e la stessa, oltre ad essere un prelibato piatto, rappresenta per molte donne e taluni uomini una tappa fondamentale della vita. Come quando si è a scuola e si parla male degli insegnanti; come quando si è all’università e si parla male dei professori; come quando si è a lavoro e si parla male dei capi; come quando si abita in un palazzo e si parla male degli altri condomini; come quando si è sposati e si parla male dei rispettivi partner. Insomma la parmigiana di melanzane, per una donna che ha superato i trent’anni, rappresenta una tappa fondamentale della vita. Come quando a 18 anni ci si diploma; come quando a 23 anni ci si laurea; come quando a 26 anni si inizia a lavorare; come quando, appunto, a trent’anni si decide di andare a convivere con un uomo. La ricetta è semplice: tagliare le melanzane a rondelle cospargerle con un pizzico di sale e lasciarle spurgare per un’ora. Asciugarle bene, infarinarle, e friggerle in abbondante olio caldo. Sgocciolarle bene con carta da cucina. Intanto preparare una salsa con l’olio d’oliva, la cipolla, il pomodoro, e il basilico. In una teglia adagiate strati di melanzane, sugo, parmigiano e mozzarella. Infornare a 180°C per 30 minuti circa. Servire tiepida. Il rapporto tra la parmigiana di melanzane e una donna sopra i trent’anni è il raggiungimento di uno status. Lo stesso raggiunto dalle nostre madri e indietro fino ai nostri trisavoli. E’ il passaggio tra la cameretta di casa dei genitori e la molteplicità di stanze – dipende dalle disponibilità – di una casa condivisa con un uomo. Il raggiungimento insomma di uno status adulto secondo le convinzioni sociali. A 18 anni nessuno pensava a cucinare una parmigiana di melanzane, forse nemmeno la mangiavamo la parmigiana di melanzane; a 23 forse cominciavamo a mangiarla ma prepararla era un fatto materno – in taluni casi paterno – mai e poi mai avremo immaginato di metterci ai fornelli per cucinarne una; a 26, che te lo dico a fare, eravamo troppo presi a dover lavorare figurati se potevamo mai immaginare di tornare a casa stanchi dal lavoro e preparare una parmigiana di melanzane. Dall’anno successivo in poi, però, per molte donne, l’obiettivo era raggiungere il giorno in cui si sarebbe cucinata la parmigiana di melanzane per il proprio marito. E come quando ti iscrivi al liceo e non vedi l’ora di compiere 18 anni per diplomarti e andare all’università; e come quando al secondo anno di università ti sei già rotto il cazzo e non vedi l’ora di laureati; e come quando tre mesi dopo aver condiviso la tua esistenza con una donna, già ti sei frantumato le palle di tutte le convenzioni che la stessa ti impone, con dolcezza e determinazione, di rispettare tassativamente. A trent’anni il quadro si ribalta. La parmigiana di melanzane non solo la si cucina seguendo una personalissima ricetta, mutuata dall’esperienza materna – in taluni casi paterna – ma diventa anche motivo di discussione. A trent’anni, per una donna laureata, middle class, di sinistra (solo perché essere di destra non è tanto di tendenza come essere di sinistra), da pochi mesi lontana dal tetto familiare, convivente, mediamente poco interessante (che non è una discriminazione, ma un’aggravante), leggermente fuori forma (che non è una discriminazione, ma un’aggravante stupida), la parmigiana di melanzane è uno punto di arrivo nella vita. La ricetta è semplice: tagliare le melanzane a rondelle cospargerle con un pizzico di sale e lasciarle spurgare per un’ora. Asciugarle bene, infarinarle, e friggerle in abbondante olio caldo. Sgocciolarle bene con carta da cucina. Intanto preparare una salsa con l’olio d’oliva, la cipolla, il pomodoro, e il basilico. In una teglia adagiate strati di melanzane, sugo, parmigiano e mozzarella. Infornare a 180°C per 30 minuti circa. Servire tiepida. Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, il presente non ha alcuna importanza. Come l’età che passa. Passa perché il tempo trascorre. Così non è che a quarant’anni una persona debba necessariamente lamentarsi della sua età per tutti i giorni, ore e minuti dell’anno e poi ancora dell’anno successivo, perché intanto saremo arrivati a quarantuno. E così via fino alla morte. Il presente non esiste. Proprio perché è presente è già evidente. E’ percepito dal circostante. Quello che a ognuno di noi può sfuggire è il futuro nostro e degli altri, sfugge sicuramente il passato degli altri, se non li conosciamo da un casino di tempo, ma il presente no. Non ci sfugge anzi, in molti casi vorremmo noi stessi fuggire dal presente. Fuggire dal presente, in molti casi, significa avere la necessità di allontanarci dalle regole, significa scoprire, attraverso il confronto con altri simili, tutto quello che da soli non possiamo viverci. Significa, che è un dato certo che la parmigiana di melanzane rappresenta una tappa fondamentale della vita, ma non necessariamente deve essere un concetto ribadito quotidianamente (soprattutto nei modi: chi ti parla della parmigiana di melanzane, pare sempre che sia l’unica donna al mondo a condividere questa esperienza).
Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, il presente non ha alcuna importanza. Così era a 18 anni, quando tutti si preoccupavano dell’esame di Stato; così era a 23 anni, quando tutti si preoccupavano della seduta di laurea; così era a 26 anni, quando tutti credevano che non sarebbe mai arrivato il giorno del primo impiego. Tappe fondamentali che prima o poi capitano a tutti in un cerchio più o meno ampio delle età indicate. A 18 anni, a 23 ma anche, e siamo di manica larga, a 26, certo tipo di preoccupazioni più o meno standard possono essere ancora condivise. A trent’anni, no. Non c’è più il tempo. Se a trent’anni ti incontri con gli amici e teorizzi sui massimi sistemi della preparazione della parmigiana di melanzane tutte le sere e per tutti i giorni che il Signore ha santificato, credetemi, devi andartene a fare in culo. Devi andare affanculo, perché io non ho più tempo. Se a trent’anni ti incontri con gli amici e teorizzi sui massimi sistemi della preparazione della parmigiana di melanzane per tutta la sera, elaborando nell’ordine la seguente costruzione di pensieri:
come sono stanca (anche noi lo siamo); sono tornata a casa (capita anche a noi di farlo); ho trovato un casino (in genere il disordine è fisiologico in tutte le abitazioni vissute da due o più individui che lavorano tutto il giorno); mi volevo riposare invece (in genere il mondo intero si riposa, tu sei l’unica che invece); avevo voglia di rilassarmi leggendo un libro ma ho dovuto rassettare casa (sono gli inconvenienti di non vivere con mamma e papà); non è che mi aspettavo cosa, ma che almeno le mutande sporche le mettesse in lavatrice (hai voluto la bicicletta, ed ora pedala); poi è arrivato e si è seduto sul divano: e che cazzo! (cazzo!); con quella vocina un po’ shining ha detto: mangiamo qualcosa? (era pure una certa ora); ci facciamo una pizza fuori (furba, e la parmigiana di melanzane?); oppure nel frigo c’è ancora un pezzetto di parmigiana di melanzane (eccola qua); se te la riscaldi (come da ricetta: Infornare a 180°C per 30 minuti circa. Servire tiepida); ci andiamo a fare un giro? (non era stanca?); ho appuntamento con le amiche (è un bluff, non ci cascare); vabbé io vado comunque, ci vediamo dopo (che culo!). A trent’anni, anno in più anno in meno, il vocabolario di frasi di una donna laureata, middle class, di sinistra (solo perché essere di destra non è tanto di tendenza come essere di sinistra), da pochi mesi lontana dal tetto familiare, convivente, mediamente poco interessante (che non è una discriminazione, ma un’aggravante), leggermente fuori forma (che non è una discriminazione, ma un’aggravante stupida), la parmigiana di melanzane è uno punto di arrivo nella vita. La ricetta è semplice: tagliare le melanzane a rondelle cospargerle con un pizzico di sale e lasciarle spurgare per un’ora. Asciugarle bene, infarinarle, e friggerle in abbondante olio caldo. Sgocciolarle bene con carta da cucina. Intanto preparare una salsa con l’olio d’oliva, la cipolla, il pomodoro, e il basilico. In una teglia adagiate strati di melanzane, sugo, parmigiano e mozzarella. Infornare a 180°C per 30 minuti circa. Servire tiepida.
Tetes de bois – Vomito – da Pace e male
Elio e le Storie Tese - Essere donna oggi – da Italyan, rum casusu çikti
Gianfranco Marziano – Mezzogiorno – AA. VV.
Giorgio Gaber - Lo shampoo – da Far finta di essere sani
Vinicio Capossela – Decervellamento – da Canzoni a manovella
«Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti» (Barack Obama – 21.01.09)
Sicuramente il nuovo presidente degli Stati Uniti non riuscirà a trasformare il mondo. Se quest’ultimo non cambia con l’impegno di tutti, difficilmente un uomo da solo potrà rimettere tutte le tessere al loro posto. Ma per me e per tutti quelli che come me sono cresciuti guardando indignati quello che gli afroamericani hanno subito in America (il Paese delle libertà) – e non solo loro -, un presidente black rappresenta il sogno di un riscatto sociale. Come quando Kevin Kostner in “Balla coi lupi” decise, dopo secoli di western, di stare dalla parte dei Nativi. Quello però era solo un film, questa invece è realtà. E non importa se Obama non sarà il presidente della fiaba che tutti noi abbiamo nel cuore, Barack Obama è già legenda – non potrà mai essere peggio di George Bush - e questo basta a me a schierarmi contro i detrattori di quella sinistra guerrafondaia pronta subito a crocifiggere un sogno diventato realtà solo perché non è troppo vicino alla loro immaginazione.
Per milioni di afroamericani, ma anche per l’Africa – le cui origini il neo presidente non ha rinnegato – Obama rappresenta l’orgoglio nero, alla stessa maniera del pugno chiuso levato in cielo sul podio dagli atleti Carlos e Smith alle olimpiadi di Città del Messico nel 1968 - un gesto che determinò la loro espulsione dalla squadra statunitense e la privazione da parte del Cio delle medaglie conquistate -; alla stessa maniera di Malcom X che sosteneva che «i diritti umani sono qualcosa che avete dalla nascita. I diritti umani vi sono dati da Dio. I diritti umani sono quelli che tutte le nazioni della Terra riconoscono», e per questo fu assassinato; alla stessa maniera di Billy Holiday, una delle voci più importanti della storia musicale, alla quale fu negata una trasfusione e lasciata morire solo perché era una donna nera; dei tantissimi jazzisti afroamericani costretti a rifugiarsi a Parigi per sfuggire alle persecuzioni della polizia americana (leggere Francis Paudras - La Danza degli Infedeli (Bud Powell) - Sperling & Kupfer), e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Se uno come Michael Jackson, per levarsi di dosso il fardello della negritudine si è sottoposto a decine di interventi per diventare bianco, mettendo a repentaglio la sua vita, io non oso immaginare cosa possa significare essere negro, cosa possa essere stato per tutti questi anni un negro negli Stati Uniti. Ma oggi so che un negro è il presidente di un Paese che ha reso schiavi i negri, li ha perseguitati e li ha discriminati fino ad oggi. E questo mi basta.
Robert Johnson - Sweet home Chicago
Billie Holiday - The man i love
James Brown - It’s a man’s man’s man’s world
Jimi Hendrix - All Along The Watchtower
B B King - Thrill gone
“Si nasce una volta, due volte non è concesso, ed è necessario non essere più in eterno; tu, pur non essendo padrone del tuo domani, procrastini la gioia, ma la vita trascorre in questo indugio e ciascuno di noi muore senza aver mai goduto della pace” (Epicuro - 341-270 a.C.)
Dedicato a Carmelo Larry Nocella, sassofonista jazz (Battipaglia 1943 - Torino 1989)
Ho venduto il sassofono. L’ho rifatto. Era un Selmer, ma poca importa. Poco importa anche il suo valore. Poco importa anche la mia vita. Poco importa anche delle note che uscivano. Ora l’ho venduto e non è più mio. Ho venduto il sassofono a Torino in un giorno ordinario di rota. L’ho fatto senza pensarci. L’ho fatto perché era l’unica cosa di valore che avevo con me, a Torino. L’ho fatto perché ne avevo bisogno. Una necessità che molti fortunati non conoscono. Una necessità che coglioni come me attendono per un giorno intero. La stessa cosa l’ha fatta Chet Baker. L’unica cosa di valore che aveva era la sua tromba. Non che il suo strumento valesse molto, ma era la tromba di Chet. E questo bastava a chi l’ha acquistata a vendergli una dosa di eroina.
Ora sono qui in questa stanza d’albergo a due passi da un posto che porta il mio nome su un neon. Ho la polverina bianca che mi guarda dal bordo del lavandino. Non ho il sassofono ma avrò tre ore di viaggio assicurato. Mi buco.
Ieri ho venduto il mio sassofono. Era un Selmer, ma poco importa. Nel mio viaggio ho suonato con una ritmica infernale. Cameron Brown mi guardava e strizzava l’occhio, ed io andavo giù come un pazzo. Poco importa il valore del sassofono. Dannie Richmond picchiava e metteva accenti ad ogni mio sopracuto mentre Bob Neloms swingava da paura.
Poco importa anche la mia vita. Everything happens to me. Poco importa anche delle note che uscivano. Io guardavo Dannie ma non riuscivo a vedere il suo viso. Ed ora che ci penso non riuscivo nemmeno a sentire il suono del mio sassofono. Lo sentivo lontano, metallico, sembrava il suono di una nave che entrava nel porto. Non ero io che suonavo. Ho venduto il sassofono a Torino a due passi da un Larry’s Club. L’ho venduto ad un tizio e lui mi ha dato una dosa di eroina e una siringa. Il collare non l’ho mollato, mi serviva un laccio emostatico. Cameron Brown rideva. Si stava divertendo fumando un sigaro enorme. Ho molta sete.
La gola è secca. Sulle labbra il sapore legnoso di una Rico. Soffio. Soffio così forte che mi fa male la schiena. I rumori del club si attenuano. E’ un peccato che sia finito così in fretta. Il tempo di un drink e poi si passa alla cassa. Anche questa sera ho suonato da Dio. Mi hanno promesso che faremo un disco a settembre. Fare un disco in Italia è un successo. Lo avevo detto a mia madre che a Milano mi avrebbero fatto fare un disco. Mia madre vive in un posto di frontiera a Sud. In quel posto di frontiera mi sono fatto le ossa e ho imparato a bere. A Milano sono diventato uno che ha fatto un disco. A Torino un Dio. Come quando in un carcere ti fanno la festa nel reparto docce. A Torino c’è un posto che porta il mio nome. Non lo posso vendere per acquistare un’altra dose. Ma ora so di essere diventato immortale. Per questo adesso spengo la luce e facciamo che non mi sveglio più. Che gioco bellissimo non svegliarsi più, ti risparmia la fatica di cercarti un’altra dose. La musica? Buona quella. Suonerà per sempre nel mio disco.
Larry Nocella - Nakatini serenade - da Everything happens to me
Dieci anni fa moriva Fabrizio De André…
(…) Ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere
Propositi e nuovo anno e due zeri tra il due e il nove. Due zeri come la farina, come le palle che girano, come occhi spenti, occhiali a specchio. Tra poche ore champagne e cocaina e mutande rosse e feste obbligate dalla rassegnazione e auguri e buoni propositi. Addio all’anno bisestile, fumata bianca e lanci di agenzie.
“Cagliari - Trova 160mila euro tra contanti e assegni davanti ad una banca e li consegna ai carabinieri che sono riusciti a risalire al proprietario”. Un colpo di coda, una fortuna da fine anno ma mi chiedo: come cazzo si fa ha dimenticare 160mila euro davanti ad una banca? Per te, sconosciuto sardo dal culo rotto, solo per te questa canzoncina….
CSI – Linea Gotica – da Linea Gotica
«(…) geniali dilettanti in selvaggia parata
ragioni personali una questione privata
la facoltà di non sentire
la possibilità di non guardare
il buon senso la logica i fatti le opinioni le raccomandazioni
occorre essere attenti per essere padroni di se stessi occorre
essere attenti(…)».
“Città del Vaticano - Calano le presenze dei fedeli alle udienze e agli incontri di Benedetto XVI. In un anno la platea cui si rivolge il pontefice ha perso mezzo milione di partecipanti”. Anche il governo ratzingeriano deve fare i conti con la crisi e questa notizia si commenta da sola. Per Benedetto XVI, anche per tutti i cattolici, questa canzoncina….
Nomadi – Dio è morto – dall’antologia Nomadi & Omnia Symphony Orchestra
«E un Dio che è morto
Ai bordi delle strade Dio è morto
Nelle auto prese a rate Dio è morto
Nei miti dell’estate Dio è morto».
“Quarto giorno di bombe sulla Striscia di Gaza, le forze armate del governo di Gerusalemme sembrano pronte all’operazione di terra. Olmert: «I raid aerei sono il primo capitolo di una serie di fasi già programmate». E nel pomeriggio a Parigi i ministri degli Esteri Ue tenteranno di rilanciare l’iniziativa diplomatica. I festeggiamenti organizzati solitamente dagli alberghi di Amman e delle altre località turistiche giordane in occasione del Capodanno sono stati annullati a causa della guerra in corso nella striscia di Gaza. Secondo il giornale arabo al-Quds al-Arabi, i direttori di quasi tutti gli alberghi giordani hanno cancellato i veglioni in solidarietà con la popolazione di Gaza, sia nella capitale giordana che nelle principali località turistiche, a cominciare da Petra e Aqaba”. Una guerra e una canzoncina….
Edoardo Bennato – Uffa! Uffa! – da Uffa! Uffa!
«Uffà! Uffà! ma che scocciatura!
questa guerra non mi piace, non la voglio fare!
non m’importa del petrolio, sarò un vile, un’anormale
ma questa volta alle Crociate
non ci voglio, non ci voglio, non ci voglio andare!».
Per tutti gli altri che si traghetteranno nel 2009 con il solito carico di speranze e tensioni, di emozioni e giramenti di scatole, ecco, per tutti noi questa bella canzoncina….
The Pogues - Fairytale Of New York – da If i should fall from grace with god
«It was Christmas Eve babe
In the drunk tank
An old man said to me, won’t see another one
And then he sang a song
The Rare Old Mountain Dew
And I turned my face away
And dreamed about you».
Caro Babbo Natale,
ho una lista di cento numeri di telefono che vorrei consegnare al ministro per le Pari opportunità. Sono cento numeri di telefono trovati in internet. Cento numeri di bellissime ragazze. Ad ognuno di questi numeri risponde una voce gentile che mi dice che per incontrarla, nella sua casa tranquilla e sicura, ci vogliono dalle sessanta alle ottante rose. Chissà se il ministro per le Pari opportunità conosce questo elenco di numeri telefonici o se a lei basti sapere che quello che prima era in strada ora si è trasferito in luoghi più appartati e tutti noi possiamo vivere tranquilli senza più assistere, tra cartoni e cumuli di spazzatura, allo spettacolo di fuochi di giovani schiave che vendono «un gaio cesto d’amore che amor non è mai». Se così è, caro Babbo Natale lascia ascoltare al ministro una bella canzoncina: «bevi il tuo Martini e guarda la luna. Non fare caso a me, continuerò a canticchiare. E non farci caso se divento un po’ sgarbato. Sono la tua prostituta per le sere lunghe».
Tom Waits - I’m your late night evening prostitute – da The early years vol. 1
Caro Babbo Natale,
studenti in Grecia combattono per strada contro la riforma della scuola. Uno di loro è stato ammazzato, aveva 15 anni, si chiamava Andreas Grigoropoulos. Per questo fatto, ad Atene un poliziotto è stato arrestato insieme ad un collega, per omicidio volontario e per complicità. In effetti i due poliziotti rispondevano solo ad un comando del premier greco, «tolleranza zero». In Italia, a Genova, dopo sette anni è stata emessa una sentenza per le violenze accadute al “carcere provvisorio” di Bolzaneto. Poca roba. Anche in questo caso sono stati puniti solo alcuni esecutori, mai i mandanti di quella “tolleranza zero” che sembra essere il grido d’allarme anche dei nostri sindaci di sinistra. Ancora una ipocrisia. Nascondiamo la spazzatura, le città devono essere salotti senza zingari, barboni, prostitute e posteggiatori napoletani abusivi. Se così è, caro Babbo Natale a tutti loro lascia ascoltare una canzoncina: «per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti».
Fabrizio De Andrè – Canzone del maggio – da Storia di un impiegato
Caro Babbo Natale,
come diceva il personaggio di Corrado Guzzanti, Quelo: “c’è grossa crisi”. Questa crisi economica che gli americani ora vogliono lenire eleggendo un presidente nero, deve essere ancora una volta un bluff. Questa crisi serve ai soliti padroni per abbassare ulteriormente il costo del lavoro e chiedere a tutti noi sacrifici, ancora altri. Sotto l’ala protettiva di questa crisi economica i padroni rispediscono al mittente le nostre richieste di lavoro, sotto l’ala protettiva di questa crisi economica, i padroni ci chiedono di spendere di più. C’è grossa confusione. Sotto l’ala protettiva di questa fottutissima crisi il problema diventano i marocchini che vendono i cd contraffatti, i nigeriani che vendono elefantini di legno e i senegalesi che smerciano borse contraffatte. Se così è, caro Babbo Natale, vorrei che tutti quest’anno, comprassero i regali sui tappetini degli ambulanti piegandoci sulle ginocchia e vedendo più da vicino questi miseri oggetti che mettono in crisi il commercio. E a chi decide di comprare questi regali lascia ascoltare questa canzoncina: «che il tempo insiste perché esiste il tempo che verrà. A questo punto buonanotte all’incertezza, ai problemi, all’amarezza, sento il carnevale entrare in me».
Ornella Vanoni - La voglia la pazzia (Se ela quisesse) – da La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria
Caro Babbo Natale,
nemmeno io sono una rock star e anche io ho imparato che l’uomo e maschio e femmina. Dice bene Benedetto XVI quando dice basta con gli eventi cattolici come concerti, in cui il papa è come una rockstar. Dice bene perché il papa, ora più che mai, dovrebbe preoccuparsi dei preti pedofili. In Gran Bretagna nel 2006 è stata trasmessa un’inchiesta dal titolo “Sex crimes and the Vatican” – in Italia questa roba non è stata mai trasmessa -. Nel documentario sono svelati i risvolti inquietanti di numerose vicende che hanno coinvolto decine di sacerdoti responsabili di reati di pedofilia. Sono raccontati casi di abuso verificatesi nella diocesi di Ferns in Irlanda, negli Usa e in Brasile. Ostruzionismo e copertura, con il beneplacito di Benedetto XVI. Ostruzionismo e copertura anche verso quei porporati che più che di anime si occupano di business,
C’è un filo conduttore che lega Fabrizio De Andrè a Leo Ferré alla solitudine. Un passaggio della poesia dello chansonnier francese diventa ouverture a questo personale elogio. Ferré scrive: «La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo “felicità”, perché le parole che voi adoperate non sono più “parole”, ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto».
Non tutti si possono permettere la solitudine. Non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico. Il politico solitario è un uomo fottuto. Però, sostanzialmente, quando si può rimanere soli con se stessi, credo che si riesca ad avere più contatto con il circostante. Il circostante non è fatto soltanto di nostri simili ma di tutto l’universo. Dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante. Da soli si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo che si riescano a trovare addirittura delle migliori soluzioni. Così, siccome siamo simili ai nostri simili, credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri. Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né del romitaggio, non è che bisogna fare gli eremiti o gli anacoreti. E’ solo che ho constato attraverso la mia esperienza che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece un uomo organizzato mi ha fatto sempre molta paura.
Così, se in questo antefatto che De Andrè usava per introdurre le sue anime solitarie, quelle salve, dando così un senso compiuto alla solitudine; Ferré, dalla sua, offriva i motivi del distacco soprattutto quando scriveva: «Del Codice Civile ne parleremo più tardi. Per ora, io vorrei codificare l’incodificale. Io vorrei misurare il pozzo di San Patrizio delle vostre democrazie. Vorrei immergermi nel vuoto assoluto e divenire il non detto, il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità. La lucidità me la tengo nelle mutande».
Da Anime Salve a La Solitude si potrebbe immaginare anche un percorso più filologico che parte da Drupi («E poi si resta soli e non si canta più. Qualcuno prende il volo e qualcun altro cade giù. (…) Qualche volta si sbaglia e si rimane soli») e arrivare a Celentano («E’ inutile suonare qui non vi aprirà nessuno. Il mondo l’abbiamo chiuso fuori con il suo casino (…)»). Oppure la solitudine meno spicciola, quella di Battisti-Mogol, dell’abbandono che non è mai abbandono («(…) Un albero fiorì, e qualche primavera fa rimase in fondo all’anima un frammento rosa. E’ logico che noi ci rifugiamo lì; al primo freddo anche un niente caldo diventa qualcosa») o quella più onirica di Franco Battiato, che pure ha un suo perché («(…) pensieri leggeri si uniscono alle resine dei pini (…) al silenzio delle nuvole») per approdare alla coscienza dannata di Piero Ciampi («(…) E tu che dici che ho distrutto la tua vita, capirai mai che il tuo dolore si è aggiunto al mio?»). Ma non è questo il punto. La solitudine è una ispirazione alta della musica. Se volete astratta, immateriale, meschina, impalpabile. In fondo basterebbe uscire di casa per sentirsi meno soli. Ma ovviamente non è così, non è un sentimento da parrucchiere. Servono emozioni evocative per sublimare il circostante. Quelle che quando le ascolti, cadi dentro di te, nei tuoi pensieri, accendendo la danza dei ricordi (belli – brutti). E resti solo.
Alfredo (Baustelle – Amen)
Quattordici luglio (Carmen Consoli – Mediamente Isterica)
Omicron (Paolo Conte – Psiche)
Bufalo Bill (Francesco De Gregori – Bufalo Bill)
La disciplina della terra (Ivano Fossati – La disciplina della terra)
Lovesong (The Cure – Disintegration)
The long and winding road (Beatles – Let it be)
Coconut skins (Damien Rice – 9)
Caffé de flore (Mattheh Herbert - The unnecessary history of doctor rockit)
That Feel (Tom Waits – Bone Machine)
Mai vergognarsi del dolore anche se alle volte si è costretti a cacciarlo dentro di noi per non offrire agli altri, compassione a buon mercato. C’è bisogno di verità e la verità non la danno mai gratuitamente. Nei supermercati delle emozioni, gente che soffre (dolore endemico) fa affari d’oro tra quanti amano prenotarsi un giro con la disperazione. Crocerossine part-time fanno la fila per spingere la carrozzella del male almeno per un minuto, almeno quell’attimo indispensabile per tornare a casa e sentirsi puliti con la coscienza, gratificati e in attesa del premio. Come indulgenze acquistate alla borsa nera del dolore. Tra chili di patate, biscotti di marca, marmellata e succo di pompelmo. Una colazione da ricchi, baccanti con un caldo caffè all’Americana tra le mani. Così capita, che nella solitudine del male, occorre sublimare il dolore per espellerne i suoi eccessi nefasti. Nel sublimare è necessario anche trovare spunti per reagire, così se River man o Love in Mind vi possono sembrare oppio, sicuramente Comfortably numb è adrenalina e The heart of Saturday night è autocompiacimento.
Comfortably numb (Pink Floyd – The Wall) solo ed esclusivamente nella versione originale
River man (Nick Drake – Five Leaves Left) se siete in una fase più soft consigliabile anche nella versione più diluita di Steve Evans - 2 Sets
Je suis venue te dire que je m’en vais (Serge Gainsbourg - Vu De L’Extérieur) c’è anche una versione, meno spinta dell’originale, cantata da Carmen Consoli per la colonna sonora di Saturno Contro di Ferzan Ozpetek
Love in Mind (Neil Young - Massey Hall e/o Time Fades Away)
The heart of saturday night (Tom Waits - The heart of saturday night)
Álvaro Mutis è uno scrittore e poeta colombiano. Ma perché lo conosciamo? Non credo perché avevamo letto “Ilona arriva con la pioggia” prima che diventasse un film di Sergio Cabrera. Non credo che avevamo letto “Summa di Maqroll il Gabbiere” prima ancora che Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati scrivessero e cantassero “Smisurata preghiera” nel disco Anime Salve. Non dico che nessuno di voi non era più avanti di me, dico solo che la maggior parte di noi a Mutis c’è arrivata così.
La composizione del testo, e vi invito a farlo, ricorda certe parodie che i comici all’inizio degli anni Novanta, facevano sul metodo compositivo dei testi di Franco Battiato. Vi ricordate? Si diceva che Battiato apriva a cazzo un libro e tirava giù una serie di frasi per poi metterle insieme ad atre frasi trovate con lo stesso sistema e alla fine componeva una canzone. Ovviamente erano parodie, perché un conto e ridere di questa cosa e un conto è farlo sul serio. Non so Battiato, ma De Andrè questa cosa l’ha fatta sul serio aprendo il libro “Summa di Maqroll il Gabbiere” e tirando giù una serie di frasi. Frasi che hanno composto uno dei testi più intesi del cantautore genovese.
Ad un certo punto il testo della canzone dice: «…per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità», che mi sembra l’estrema sintesi di un viaggiare comune. Io, come molti di voi (molti altri lo faranno), quel libro l’ho letto e solo quando ho finito di leggerlo ho capito, che anche copiare, è un’arte. Ovviamente qui non si è trattato di un plagio, ma della risultante del sentire di un autore, Mutis, ridotto in tre minuti di canzone. E la canzone è un mistero, molto più della musica tout court. Le canzoni raccontano il nostro viaggio, per molti in direzione ostinata e contraria, ed è per questo che il blog sarà un viaggio nella canzone. Un viaggio seguito con il criterio di Nick Hornby, quello di Alta Fedeltà o se volete con il criterio di certe rubriche del mensile XL. Cinque brani, o per dirla con il protagonista del romanzo di Hornby, le top five che partono da uno spunto – emozioni e fatti – e si confrontano post dopo post, per consegnare ai lettori una goccia di umanità, di verità.
Della speranza. “Smisurata preghiera” (F. De Andrè – Anima Salve):
Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista, come un’anomalia, come una distrazione, come un dovere
Della passione. “Sempre e per sempre” (F. De Gregori – Amori nel pomeriggio):
E il vero amore può nascondersi, confondersi ma non può perdersi mai
Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai
Del sacrificio. “Mio fratello che guardi il mondo” (I. Fossati – Lindberg)
Sono nato e ho lavorato in ogni paese e ho difeso con fatica la mia dignità
Sono nato e sono morto in ogni paese e ho camminato in ogni strada del mondo che vedi
Della paura. “Com’è profondo il mare” (L. Dalla – Com’è profondo il mare)
Ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti degli inotipisti
Siamo i gatti neri. Siamo i pessimisti. Siamo i cattivi pensieri
E non abbiamo da mangiare
Della solitudine. “Escluso il cane” (R. Gaetano – Aida)
Se togli il cane, escluso il cane
non rimane che gente assurda con le loro facili soluzioni
nei loro occhi c’è un cannone e un elisir di riflessione