C’è un filo conduttore che lega Fabrizio De Andrè a Leo Ferré alla solitudine. Un passaggio della poesia dello chansonnier francese diventa ouverture a questo personale elogio. Ferré scrive: «La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo “felicità”, perché le parole che voi adoperate non sono più “parole”, ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto».
Non tutti si possono permettere la solitudine. Non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati. Non se la può permettere il politico. Il politico solitario è un uomo fottuto. Però, sostanzialmente, quando si può rimanere soli con se stessi, credo che si riesca ad avere più contatto con il circostante. Il circostante non è fatto soltanto di nostri simili ma di tutto l’universo. Dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante. Da soli si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo che si riescano a trovare addirittura delle migliori soluzioni. Così, siccome siamo simili ai nostri simili, credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri. Con questo non voglio fare nessun panegirico né dell’anacoretismo né del romitaggio, non è che bisogna fare gli eremiti o gli anacoreti. E’ solo che ho constato attraverso la mia esperienza che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece un uomo organizzato mi ha fatto sempre molta paura.
Così, se in questo antefatto che De Andrè usava per introdurre le sue anime solitarie, quelle salve, dando così un senso compiuto alla solitudine; Ferré, dalla sua, offriva i motivi del distacco soprattutto quando scriveva: «Del Codice Civile ne parleremo più tardi. Per ora, io vorrei codificare l’incodificale. Io vorrei misurare il pozzo di San Patrizio delle vostre democrazie. Vorrei immergermi nel vuoto assoluto e divenire il non detto, il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità. La lucidità me la tengo nelle mutande».
Da Anime Salve a La Solitude si potrebbe immaginare anche un percorso più filologico che parte da Drupi («E poi si resta soli e non si canta più. Qualcuno prende il volo e qualcun altro cade giù. (…) Qualche volta si sbaglia e si rimane soli») e arrivare a Celentano («E’ inutile suonare qui non vi aprirà nessuno. Il mondo l’abbiamo chiuso fuori con il suo casino (…)»). Oppure la solitudine meno spicciola, quella di Battisti-Mogol, dell’abbandono che non è mai abbandono («(…) Un albero fiorì, e qualche primavera fa rimase in fondo all’anima un frammento rosa. E’ logico che noi ci rifugiamo lì; al primo freddo anche un niente caldo diventa qualcosa») o quella più onirica di Franco Battiato, che pure ha un suo perché («(…) pensieri leggeri si uniscono alle resine dei pini (…) al silenzio delle nuvole») per approdare alla coscienza dannata di Piero Ciampi («(…) E tu che dici che ho distrutto la tua vita, capirai mai che il tuo dolore si è aggiunto al mio?»). Ma non è questo il punto. La solitudine è una ispirazione alta della musica. Se volete astratta, immateriale, meschina, impalpabile. In fondo basterebbe uscire di casa per sentirsi meno soli. Ma ovviamente non è così, non è un sentimento da parrucchiere. Servono emozioni evocative per sublimare il circostante. Quelle che quando le ascolti, cadi dentro di te, nei tuoi pensieri, accendendo la danza dei ricordi (belli – brutti). E resti solo.
Alfredo (Baustelle – Amen)
Quattordici luglio (Carmen Consoli – Mediamente Isterica)
Omicron (Paolo Conte – Psiche)
Bufalo Bill (Francesco De Gregori – Bufalo Bill)
La disciplina della terra (Ivano Fossati – La disciplina della terra)
Lovesong (The Cure – Disintegration)
The long and winding road (Beatles – Let it be)
Coconut skins (Damien Rice – 9)
Caffé de flore (Mattheh Herbert - The unnecessary history of doctor rockit)
That Feel (Tom Waits – Bone Machine)