«Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo - perché uomini, donne e bambini di ogni razza e di ogni fede possono unirsi nella festa in questo Mall magnifico, e perché un uomo il cui padre meno di sessanta anni fa non avrebbe neanche potuto essere servito in un ristorante ora può trovarsi di fronte a voi per pronunciare il giuramento più sacro di tutti» (Barack Obama – 21.01.09)
Sicuramente il nuovo presidente degli Stati Uniti non riuscirà a trasformare il mondo. Se quest’ultimo non cambia con l’impegno di tutti, difficilmente un uomo da solo potrà rimettere tutte le tessere al loro posto. Ma per me e per tutti quelli che come me sono cresciuti guardando indignati quello che gli afroamericani hanno subito in America (il Paese delle libertà) – e non solo loro -, un presidente black rappresenta il sogno di un riscatto sociale. Come quando Kevin Kostner in “Balla coi lupi” decise, dopo secoli di western, di stare dalla parte dei Nativi. Quello però era solo un film, questa invece è realtà. E non importa se Obama non sarà il presidente della fiaba che tutti noi abbiamo nel cuore, Barack Obama è già legenda – non potrà mai essere peggio di George Bush - e questo basta a me a schierarmi contro i detrattori di quella sinistra guerrafondaia pronta subito a crocifiggere un sogno diventato realtà solo perché non è troppo vicino alla loro immaginazione.
Per milioni di afroamericani, ma anche per l’Africa – le cui origini il neo presidente non ha rinnegato – Obama rappresenta l’orgoglio nero, alla stessa maniera del pugno chiuso levato in cielo sul podio dagli atleti Carlos e Smith alle olimpiadi di Città del Messico nel 1968 - un gesto che determinò la loro espulsione dalla squadra statunitense e la privazione da parte del Cio delle medaglie conquistate -; alla stessa maniera di Malcom X che sosteneva che «i diritti umani sono qualcosa che avete dalla nascita. I diritti umani vi sono dati da Dio. I diritti umani sono quelli che tutte le nazioni della Terra riconoscono», e per questo fu assassinato; alla stessa maniera di Billy Holiday, una delle voci più importanti della storia musicale, alla quale fu negata una trasfusione e lasciata morire solo perché era una donna nera; dei tantissimi jazzisti afroamericani costretti a rifugiarsi a Parigi per sfuggire alle persecuzioni della polizia americana (leggere Francis Paudras - La Danza degli Infedeli (Bud Powell) - Sperling & Kupfer), e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Se uno come Michael Jackson, per levarsi di dosso il fardello della negritudine si è sottoposto a decine di interventi per diventare bianco, mettendo a repentaglio la sua vita, io non oso immaginare cosa possa significare essere negro, cosa possa essere stato per tutti questi anni un negro negli Stati Uniti. Ma oggi so che un negro è il presidente di un Paese che ha reso schiavi i negri, li ha perseguitati e li ha discriminati fino ad oggi. E questo mi basta.
Robert Johnson - Sweet home Chicago
Billie Holiday - The man i love
James Brown - It’s a man’s man’s man’s world
Jimi Hendrix - All Along The Watchtower
B B King - Thrill gone
“Si nasce una volta, due volte non è concesso, ed è necessario non essere più in eterno; tu, pur non essendo padrone del tuo domani, procrastini la gioia, ma la vita trascorre in questo indugio e ciascuno di noi muore senza aver mai goduto della pace” (Epicuro - 341-270 a.C.)
Dedicato a Carmelo Larry Nocella, sassofonista jazz (Battipaglia 1943 - Torino 1989)
Ho venduto il sassofono. L’ho rifatto. Era un Selmer, ma poca importa. Poco importa anche il suo valore. Poco importa anche la mia vita. Poco importa anche delle note che uscivano. Ora l’ho venduto e non è più mio. Ho venduto il sassofono a Torino in un giorno ordinario di rota. L’ho fatto senza pensarci. L’ho fatto perché era l’unica cosa di valore che avevo con me, a Torino. L’ho fatto perché ne avevo bisogno. Una necessità che molti fortunati non conoscono. Una necessità che coglioni come me attendono per un giorno intero. La stessa cosa l’ha fatta Chet Baker. L’unica cosa di valore che aveva era la sua tromba. Non che il suo strumento valesse molto, ma era la tromba di Chet. E questo bastava a chi l’ha acquistata a vendergli una dosa di eroina.
Ora sono qui in questa stanza d’albergo a due passi da un posto che porta il mio nome su un neon. Ho la polverina bianca che mi guarda dal bordo del lavandino. Non ho il sassofono ma avrò tre ore di viaggio assicurato. Mi buco.
Ieri ho venduto il mio sassofono. Era un Selmer, ma poco importa. Nel mio viaggio ho suonato con una ritmica infernale. Cameron Brown mi guardava e strizzava l’occhio, ed io andavo giù come un pazzo. Poco importa il valore del sassofono. Dannie Richmond picchiava e metteva accenti ad ogni mio sopracuto mentre Bob Neloms swingava da paura.
Poco importa anche la mia vita. Everything happens to me. Poco importa anche delle note che uscivano. Io guardavo Dannie ma non riuscivo a vedere il suo viso. Ed ora che ci penso non riuscivo nemmeno a sentire il suono del mio sassofono. Lo sentivo lontano, metallico, sembrava il suono di una nave che entrava nel porto. Non ero io che suonavo. Ho venduto il sassofono a Torino a due passi da un Larry’s Club. L’ho venduto ad un tizio e lui mi ha dato una dosa di eroina e una siringa. Il collare non l’ho mollato, mi serviva un laccio emostatico. Cameron Brown rideva. Si stava divertendo fumando un sigaro enorme. Ho molta sete.
La gola è secca. Sulle labbra il sapore legnoso di una Rico. Soffio. Soffio così forte che mi fa male la schiena. I rumori del club si attenuano. E’ un peccato che sia finito così in fretta. Il tempo di un drink e poi si passa alla cassa. Anche questa sera ho suonato da Dio. Mi hanno promesso che faremo un disco a settembre. Fare un disco in Italia è un successo. Lo avevo detto a mia madre che a Milano mi avrebbero fatto fare un disco. Mia madre vive in un posto di frontiera a Sud. In quel posto di frontiera mi sono fatto le ossa e ho imparato a bere. A Milano sono diventato uno che ha fatto un disco. A Torino un Dio. Come quando in un carcere ti fanno la festa nel reparto docce. A Torino c’è un posto che porta il mio nome. Non lo posso vendere per acquistare un’altra dose. Ma ora so di essere diventato immortale. Per questo adesso spengo la luce e facciamo che non mi sveglio più. Che gioco bellissimo non svegliarsi più, ti risparmia la fatica di cercarti un’altra dose. La musica? Buona quella. Suonerà per sempre nel mio disco.
Larry Nocella - Nakatini serenade - da Everything happens to me
Dieci anni fa moriva Fabrizio De André…
(…) Ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere