“Si nasce una volta, due volte non è concesso, ed è necessario non essere più in eterno; tu, pur non essendo padrone del tuo domani, procrastini la gioia, ma la vita trascorre in questo indugio e ciascuno di noi muore senza aver mai goduto della pace” (Epicuro - 341-270 a.C.)

Dedicato a Carmelo Larry Nocella, sassofonista jazz (Battipaglia 1943 - Torino 1989)

Ho venduto il sassofono. L’ho rifatto. Era un Selmer, ma poca importa. Poco importa anche il suo valore. Poco importa anche la mia vita. Poco importa anche delle note che uscivano. Ora l’ho venduto e non è più mio. Ho venduto il sassofono a Torino in un giorno ordinario di rota. L’ho fatto senza pensarci. L’ho fatto perché era l’unica cosa di valore che avevo con me, a Torino. L’ho fatto perché ne avevo bisogno. Una necessità che molti fortunati non conoscono. Una necessità che coglioni come me attendono per un giorno intero. La stessa cosa l’ha fatta Chet Baker. L’unica cosa di valore che aveva era la sua tromba. Non che il suo strumento valesse molto, ma era la tromba di Chet. E questo bastava a chi l’ha acquistata a vendergli una dosa di eroina.

Ora sono qui in questa stanza d’albergo a due passi da un posto che porta il mio nome su un neon. Ho la polverina bianca che mi guarda dal bordo del lavandino. Non ho il sassofono ma avrò tre ore di viaggio assicurato. Mi buco.

Ieri ho venduto il mio sassofono. Era un Selmer, ma poco importa. Nel mio viaggio ho suonato con una ritmica infernale. Cameron Brown mi guardava e strizzava l’occhio, ed io andavo giù come un pazzo. Poco importa il valore del sassofono. Dannie Richmond picchiava e metteva accenti ad ogni mio sopracuto mentre Bob Neloms swingava da paura. 

Poco importa anche la mia vita. Everything happens to me. Poco importa anche delle note che uscivano. Io guardavo Dannie ma non riuscivo a vedere il suo viso. Ed ora che ci penso non riuscivo nemmeno a sentire il suono del mio sassofono. Lo sentivo lontano, metallico, sembrava il suono di una nave che entrava nel porto. Non ero io che suonavo. Ho venduto il sassofono a Torino a due passi da un Larry’s Club. L’ho venduto ad un tizio e lui mi ha dato una dosa di eroina e una siringa. Il collare non l’ho mollato, mi serviva un laccio emostatico. Cameron Brown rideva. Si stava divertendo fumando un sigaro enorme. Ho molta sete.

La gola è secca. Sulle labbra il sapore legnoso di una Rico. Soffio. Soffio così forte che mi fa male la schiena. I rumori del club si attenuano. E’ un peccato che sia finito così in fretta. Il tempo di un drink e poi si passa alla cassa. Anche questa sera ho suonato da Dio. Mi hanno promesso che faremo un disco a settembre. Fare un disco in Italia è un successo. Lo avevo detto a mia madre che a Milano mi avrebbero fatto fare un disco. Mia madre vive in un posto di frontiera a Sud. In quel posto di frontiera mi sono fatto le ossa e ho imparato a bere. A Milano sono diventato uno che ha fatto un disco. A Torino un Dio. Come quando in un carcere ti fanno la festa nel reparto docce. A Torino c’è un posto che porta il mio nome. Non lo posso vendere per acquistare un’altra dose. Ma ora so di essere diventato immortale. Per questo adesso spengo la luce e facciamo che non mi sveglio più. Che gioco bellissimo non svegliarsi più, ti risparmia la fatica di cercarti un’altra dose. La musica? Buona quella. Suonerà per sempre nel mio disco. 

Larry Nocella - Nakatini serenade - da Everything happens to me

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